La Vendèe Globe

Il coronavirus ha fermato le grandi regate sull’Oceano. Il Vendée Globe, il giro del mondo in solitaria non stop, è alle porte. Anzi, lo sarebbe. Così come altre regate transoceaniche. Si può congelare tutto di un anno, dicono. Le aziende non hanno liquidità, hanno problemi di cassa integrazione, non hanno voglia di fare festa. Ecco, allora, che in Francia stanno cercando di guardare oltre l’orizzonte, un mondo che sta cercando di capire come cambiare, rinnovarsi, per non morire. Mark Turner, l’ex ceo della Volvo Ocean Race, il boss di quella Oc Sport che ha sostenuto Ellen MacArthur e lanciato Alex Thomson, dice che bisogna dimenticarsi le sponsorizzazioni vecchia maniera, il logo sulla vela e simili. Perché non interessano più a nessuno. E allora? Vale la pena continuare a correre con barche che costano milioni in cerca della velocità sempre più spinta? O è meglio ridurre le performance e cercare un’altra via per la vela? Già, e quale sarebbe? La vera sostenibilità”.

Su questo si stanno interrogando i più esperti navigatori e dirigenti della vela oceanica francese e inglese, quella parte della vela che, dal punto di vista economico-finanziario, porta la “V” maiuscola, insieme alla Coppa America. Se questa segnalazione è arrivata fino a noi, è grazie al giornalista de La Stampa, Fabio Pozzo, che ha dedicato a tale questione l’articolo del 12 maggio scorso, da cui abbiamo estrapolato il precedente brano.

Quale studioso della cultura marinaresca e in virtù delle sue esperienze internazionali in veste di regatante, abbiamo chiesto un parere al nostro presidente, Vincenzo Graciotti: “La Francia è un paese in cui la cultura del mare e la navigazione vengono trasmesse ai più piccoli con l’impegno del sistema scolastico nazionale ma anche di centri dedicati alla marineria in cui i ragazzi si recano, come una volta all’oratorio parrocchiale, per passare il tempo e familiarizzare gradualmente con il mare. Lì avviene l’incontro con dei talent scout che, in base alle attitudini e alle inclinazioni caratteriali di ogni ragazzo, li indirizza verso il percorso più idoneo nella blue economy: l’agonismo, l’imprenditoria, la progettazione etc. etc. Anche questo spiega i numerosi successi dei velisti francesi nelle regate oceaniche come nelle classi olimpiche. Pertanto, in linea di massima credo che i francesi vadano ascoltati e spesso emulati quando si parla di mare e di vela. E le loro riflessioni sul futuro di questo sport post epidemia non vanno ignorate”.

Inoltre, secondo il presidente, va considerato che la vela è uno sport “sbilanciato” dal punto di vista economico perché ha costi di accesso ai materiali ma anche di realizzazione degli eventi molto alti ma genera pochissimo PIL. Nel mercato del lavoro, la vela è, almeno in Italia, una voce quasi inesistente, a parte quei pochi super campioni, oggi professionisti richiestissimi nel panorama internazionale, sono rari gli impiegati nella vela: allenatori spesso precari, molto volontariato fra i dirigenti, poca formazione specializzata e bassi investimenti da parte degli sponsor. In uno scenario simile, l’emergenza Covid-19 rischia di dare il colpo di grazia a molte società, se non si interverrà velocemente e con le giuste scelte: “Come hanno intuito i nostri cugini d’oltralpe – continua Graciotti – la sostenibilità può e deve diventare la nuova linfa vitale del nostro sport, a cominciare dalle manifestazioni di più alto livello, in cui debbono abbassarsi tutte le voci di spesa”.

Vincenzo Graciotti (Presidente Decimazona FIV Marche)

Già perché, come scrive Pozzo, la vela è ecologica fino a un certo punto: per andare in acqua si fa uso di motori a benzina o gasolio, gli scafi e le attrezzature delle barche a vela vengono realizzati con resine e plastiche o loro derivati, kevlar e carbonio. Anche a terra la logistica è un altro aspetto oneroso e inquinante: i mezzi degli shore team, gli alberghi, gli aerei e le auto per tutte le persone che si muovono attorno a una regata ha ben poco di green.  Ecco, l’idea dei francesi è quella di rendere la vela il primo sport davvero sostenibile. In altri termini, cogliendo l’occasione offerta dal momento, in Francia stanno pensando di re-inventarsi un mondo, introducendo nuovi materiali come le resine vegetali o riscoprendone altri già ben noti nel passato, come il legno o l’alluminio.

“In questo modo si andrebbe a creare un’immagine positiva e luccicante di tutto l’ambiente velico e quindi in grado di attirare molti più investimenti rispetto ad ora – osserva Graciotti – Se in questo momento storico, in Italia, vi sono poche barche che navigano, facciamoci una ragionevole domanda: vale la pena investire per riscoprire la cultura del mare o nello sviluppo di materiali e tecnologie che renderebbero la vela ancor più inaccessibile alla maggior parte della gente?”

E la sostenibilità, intesa come ritorno a un modo di veleggiare più naturale, semplice ma pur sempre divertente e competitivo, potrebbe essere la chiave della sua crescita anche in Italia: “A mio modo di vedere – conclude Graciotti –  il nostro deve essere uno sport popolare. Dico da sempre che vanno abbattuti certi pregiudizi che allontanano le persone dalla pratica della vela e, di sicuro, carbonio, foil, scafi volanti eccetera non stimolano l’avvicinamento dei curiosi che non sono cresciuti in famiglie già appassionate di vela. Torno a sottolineare che, in questo allargamento della base della vela, mai come oggi auspicabile e necessario, la comunicazione riveste un ruolo centrale per creare awareness verso quella che sarà la sua nuova immagine”.